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| Faq sui tumori infantili |
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Quali sono i sintomi ai quali deve fare attenzione un genitore?
Non esistono regole precise: nei bambini sani, cioè senza malattie ereditarie che predispongano all’insorgenza di tumori, la scoperta di una neoplasia è sempre accidentale. Per esempio, uno dei genitori si accorge che c’è un rigonfiamento nella pancia del bambino (nefroblastoma), oppure una tumefazione dolorosa nella coscia (sarcoma di Ewing). Delle semplici convulsioni possono essere la spia di un tumore cerebrale. Leucemie e linfomi, che costituiscono il 40% dei tumori pediatrici, spesso si presentano clinicamente con dei sintomi vaghi e aspecifici, del tutto simili ad un’infezione virale. Ecco dunque che la diagnosi di un tumore in un bambino è sempre una sorpresa, anche per i medici che sono abituati a queste situazioni. Un solo consiglio di ordine generale: tutte le febbri prolungate e le perdite di peso non spiegabili vanno portate prontamente all’attenzione medica.
Esistono delle regole di prevenzione per i tumori pediatrici?
Non esistono misure di screening raccomandate per i bambini sani. Prima di tutto, non è pensabile sottoporre tutti i bambini a degli esami che possono essere anche invasivi. Inoltre, molti tumori pediatrici sono in fase metastatica già al momento della diagnosi, e non sempre una diagnosi precoce comporta un aumento reale della sopravvivenza. Infine - e questo è l’aspetto più importante - le misure di prevenzione efficaci negli adulti (la mammografia, il PAP test, la colonoscopia, il marker tumorale PSA, e la ricerca del sangue occulto nelle feci) non sono proponibili nei bambini, perché si riferiscono a tipi di tumori che non si sviluppano quasi mai in età pediatrica. Quanto detto vale solo per i bambini normali: se invece il bambino ha una sindrome genetica che predispone all’insorgenza di tumori (per esempio lo xeroderma pigmentoso, una malattia della pelle che predispone all’insorgenza di tumori cutanei), oppure appartiene ad una famiglia in cui vi è la trasmissione ereditaria di un tumore, allora è necessario che venga sottoposto a degli esami di screening, determinati dallo specialista oncologo: possono essere test di tipo genetico, laboratoristico, o strumentale, a seconda dei casi.
Quali sono i disturbi provocati dai tumori ossei?
Il sintomo più frequente è rappresentato dal dolore osseo localizzato nella sede del tumore. In ogni caso, tutti i dolori ossei insoliti per quanto riguarda sede e modalità di insorgenza vanno indagati tempestivamente. Un altro segno importante è la presenza di un rigonfiamento o tumefazione anormale a livello di un osso.
A quali complicazioni può andare incontro un paziente con tumore osseo?
Una delle complicazioni più drammatiche è la frattura ''patologica'', cioè una frattura che insorge spontaneamente, in assenza di traumi oppure dopo un trauma lieve. I tumori indeboliscono la robustezza dell’osso e quindi tutte le fratture spontanee devono far escludere la presenza di un tumore sottostante. Un’altra complicazione è rappresentata dalla comparsa di metastasi a livello polmonare, per cui i pazienti possono accusare un respiro difficoltoso, emissione di sangue nello sputo e dolore in sede toracica.
Come si fa a diagnosticare con certezza un tumore osseo?
E’ sempre necessaria la biopsia della lesione, che nella maggior parte dei casi viene effettuata da un chirurgo ortopedico. I dati della biopsia vanno poi combinati con quelli clinici, di laboratorio, e radiografici: radiografia, TAC, o risonanza magnetica nucleare.
Se un tumore insorge in un arto, questo può essere salvato, evitando l¿amputazione?
Sì, soprattutto se il tumore viene trattato con un approccio multidisciplinare, cioè coinvolgendo non solo il chirurgo ortopedico, ma anche l’oncologo medico per la chemioterapia e il radioterapista. Molti dei pazienti che un tempo venivano invariabilmente sottoposti ad amputazione, oggi vengono trattati risparmiando l’arto: per esempio, trattando il tumore con la chemioterapia prima dell’intervento chirurgico, in modo da ridurre il volume del tumore e facilitare l’approccio chirurgico.
Quando un tumore può essere considerato curato e il bambino non è più a rischio?
Premesso che esistono alcuni tumori che possono recidivare anche dopo 25 anni, come per esempio il linfoma di Hodgkin, si può dire che una persona che sopravvive 5 anni dopo la terapia senza recidive sia verosimilmente curata. Infatti, le recidive dopo 5 anni sono estremamente rare.
Quali possono essere le conseguenze a lungo termine della terapia antitumorale?
A parte le conseguenze psicologiche (sia per il paziente che per la famiglia), quelle strettamente mediche sono diverse, a seconda del tipo di terapia effettuata. Quattro esempi importanti:
- la radioterapia del cranio, impiegata a scopo profilattico nei bambini con leucemia linfoblastica acuta, può comportare disturbi dell’apprendimento
- alcuni schemi di chemioterapia inducono sterilità
- le antracicline, che sono tipi particolari di farmaci chemioterapici, possono causare scompenso cardiaco
- la radioterapia e la chemioterapia inducono delle mutazioni genetiche e quindi possono, dopo tanti anni, causare lo sviluppo di tumori secondari, cioè indipendenti da quello iniziale.
Un nuovo tumore si verifica in circa il 10% dei pazienti trattati con trapianto di midollo osseo.
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